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Il cammino di Alidad

A 10 anni, Alidad Shiri è partito da solo per l’Europa. Oggi, quindici anni dopo, sta per laurearsi in filosofia presso l’Università di Trento

BOLZANO, Italia – Alidad Shiri, un giovane rifugiato afghano, aveva appena 10 anni quando è stato costretto a lasciare il suo Paese e partire da solo per un viaggio di quattro anni verso l’Europa. Adesso ha 25 anni e sta per laurearsi in filosofia all’Università di Trento.

Alidad è nato a Ghazni, in Afghanistan, ma qui la sua infanzia è finita troppo presto. Quando aveva nove anni il padre è stato ucciso e l’anno successivo ha perso sua madre, sua nonna e la sorellina in un bombardamento.

“Quando me l’hanno detto, non riuscivo a capire” racconta. “Ho semplicemente iniziato a piangere senza parlare o giocare più con nessuno per mesi”.
Poco tempo dopo, Alidad fugge in Pakistan con la famiglia di suo zio, sognando di trovare un luogo dove essere al sicuro e continuare a studiare. Ma quel luogo non poteva essere il Pakistan e, a 10 anni, decide di partire da solo per l’Europa, per inseguire i propri sogni.

Arrivato in Iran Alidad trova lavoro in una fabbrica di frigoriferi che assumeva in modo regolare i lavoratori per i turni diurni e irregolare minori migranti per quelli di notte.

Nonostante fosse un lavoro mal pagato ed estremamente faticoso, Alidad era contento di aver trovato un modo per potersi mantenere. Sarebbe anche rimasto in Iran se solo avesse avuto l’opportunità di studiare. In quel periodo però ai rifugiati minori non era permesso.

Durante i tre anni successivi si rivolge ad alcuni trafficanti per poter arrivare in Turchia e poi in Grecia finendo spesso vittima di abusi e rischiando la vita innumerevoli volte.

Mentre con altri rifugiati stava attraversando a piedi il confine dalla Turchia alla Grecia, sono stati abbandonati dai trafficanti. Hanno camminato per giorni, finché non sono finite tutte le scorte di cibo e di acqua. Per qualcuno di loro la situazione era ancora più drammatica: tre donne somale non riuscivano a stare al passo con il resto del gruppo e supplicavano per un pò di acqua. Alidad sapeva che non sarebbe sopravvissuto se avesse iniziato a dar via le proprie scorte.

“Alla fine, abbiamo dovuto lasciarle indietro”, ha raccontato. “Sono rimaste sole tra le montagne e mi si spezza il cuore se ripenso al fatto che le abbiamo lasciate senza acqua. Probabilmente sono morte e io ancora oggi non riesco a smettere di pensarci”.

Quando Alidad è arrivato in Grecia, a Patrasso, aveva appena compiuto 14 anni.

Inizia a lavorare come raccoglitore di pomodori, 12 ore al giorno per 2.50 euro all’ora mentre vive in un appartamento con altri 25 rifugiati che, come lui, aspettavano soltanto l’opportunità di salire su una nave diretta in Italia.

Una notte riesce a scavalcare il filo spinato che circonda il porto di Patrasso, cerca un camion e si lega con i pantaloni e la cintura all’asse anteriore del motore. Pensava di staccarsi da lì non appena il camion fosse salito sul traghetto ma le cose andarono diversamente: il camion non si fermò per quattro ore.

“Quando il camion arrivò a Venezia era ormai notte”, racconta Alidad.

“Quel giorno pioveva, il tir andava veloce, tutta acqua mi veniva in faccia. Io urlavo, piangevo, ma non mi sentiva nessuno.”.

Finalmente il camion si ferma da un benzinaio e Alidad, a digiuno da due giorni, era talmente stanco da riuscire a mala pena a camminare. Vaga fino ad arrivare all’autostrada dove è stato trovato dalla polizia. Quella stessa notte viene trasferito in un centro di accoglienza per minori non accompagnati nel Sud Tirolo, nel nord dell’Italia.

Erano passati 4 anni e 6 mesi da quando era fuggito dall’Afghanistan. Finalmente ora era salvo.

La sua vita nel centro di accoglienza cambia drasticamente: si iscrive a scuola e impara l’italiano. Appena compiuti 18 anni, però, doveva lasciare la struttura anche se ancora non era pronto a vivere e mantenersi da solo.

Allora Gerhard Duregger, 47 anni, direttore del centro, e sua moglie Sabine Gamper decisero di portarlo a casa con loro. “Accogliere Alidad nella nostra casa era il modo che avevo per cercare di dare una risposta a ciò che stava avvenendo nel mondo” racconta Gerhard. “Io e la mia famiglia non pensiamo di salvare il mondo ma volevamo mostrare che ognuno può fare qualcosa, che è possibile aprirsi e vivere insieme”.

Sabine racconta delle difficoltà di vivere con un adolescente che cerca di trovare il suo posto, di inserirsi in una nuova comunità. Spesso Alidad si scoraggiava e voleva abbandonare gli studi ma Sabine e Gerhard, con l’aiuto dei professori, lo esortavano a non mollare, a resistere.

“Io tante volte mi meraviglio. In lui c’è una leggerezza e anche una visione dove vuole arrivare e ha una forza dentro di sè che talvolta alle nostre persone qua manca. Sì, siamo molto orgogliosi” dice Sabine.

Con l’aiuto della sua professoressa, Gina Abbate, Alidad inizia a scrivere la sua storia, racconti della vita in Afghanistan e del viaggio fino in Italia.

Da questi scritti è stato realizzato un libro intitolato “Via dalla Pazza Guerra”, che Alidad ha presentato in centinaia di scuole per far capire agli studenti italiani cosa significhi essere costretti a fuggire dal proprio Paese.

Ancora oggi Alidad vive con Sabine, Gerhard e i loro tre figli. “Alidad mi da ogni giorno la sensazione che la nostra vita non è chiusa. Quando apri entra nuova vita e la propria vita diventa più ricca, più ampia, più grande anche. Perchè con questa esperienza siamo anche cresciuti. Crescono concretamente i nostri figli con Alidad. Imparano un modo di vivere, di pensare, di parlare che è diverso da noi”, dice Gerhard.

Adesso, a 25 anni, Alidad sta per laurearsi in filosofia presso l’Università di Trento, scrive per due giornali locali e sogna di diventare un giornalista.

“Sembra, vedendo così, leggendo il mio libro, che io sia un ragazzo coraggioso. Invece non è così, perchè io sono un ragazzo normale come altri. Ho fatto il viaggio perchè non avevo altra scelta.”

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